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La migrazione out of Africa e l’ipotesi che il linguaggio umano sia nato in Africa

Lo studio dei resti fossili e l’analisi del DNA in studi comparativi sulle attuali popolazioni umane (in particolare del DNA mitocondriale e del cromosoma Y) dimostrano che gli esseri umani moderni hanno avuto la loro origine in Africa, hanno vissuto con continuità in Africa più a lungo che in qualunque altra regione geografica e ivi hanno mantenuto popolazioni di relativamente grande consistenza, sviluppando così alti livelli di diversità genetica interna alle popolazioni. La loro separazione in gruppi diversi è cominciata attorno a 140 000 anni fa: i San (Boscimani), popolazioni di cacciatori-raccoglitori che vivono attualmente in Africa meridionale, sono stati probabilmente una delle prime comunità a essersi separate dalla popolazione umana moderna ancestrale. I San, i Khoi (Ottentotti) e alcuni gruppi di Pigmei dell’Africa centrale presentano la più grande diversità genetica tra le popolazioni africane, e le popolazioni africane hanno i più alti livelli di diversità genetica rispetto alle popolazioni non africane; inoltre la diversità genetica delle popolazioni è inversamente correlata alla distanza dall’Africa.1, 2, 3

La migrazione out of Africa

Sono sempre evidenze di studi comparativi sul DNA delle attuali popolazioni umane a mostrare che nell’Africa subsahariana, circa 60 000 anni fa, cominciò da una tribù di cacciatori-raccoglitori la migrazione che avrebbe portato, nell’arco di 50 000 anni, gli esseri umani moderni a popolare le regioni dell’intero pianeta, fino alle soglie dell’era agropastorale.

Come è avvenuta la migrazione out of Africa, e quale potrebbe essere un quadro spazio-temporale di riferimento che, sulla base dello studio delle tribù aborigene di cacciatori-raccoglitori sopravvissute nel ventesimo secolo in diversi territori, ci dia un’idea plausibile delle caratteristiche e delle dimensioni della migrazione?

La migrazione out of Africa è consistita in una catena molto ramificata di successive migrazioni in cui tribù o porzioni di tribù (clan, bande di caccia) hanno colonizzato nuovi territori vergini aventi potenziali risorse (acqua, selvaggina da cacciare, percorsi di migrazione delle mandrie, pesce da pescare, frutti, tuberi, semi da raccogliere) adeguate alla dimensione dei gruppi e alla loro prevedibile crescita numerica.

Tribù di cacciatori-raccoglitori

La tribù di cacciatori-raccoglitori era un gruppo sostanzialmente endogamico che parlava una sola lingua ed era orientativamente composto di un migliaio di individui; abitava un territorio abbastanza vasto da consentire il sostentamento della tribù con un’economia di caccia e raccolta, ma non tanto vasto da provocare disgregazione dell’unità linguistica e impedimento della comunicazione sociale all’interno della tribù. La distanza fra tribù vicine era probabilmente di diverse decine di chilometri, anche cento-duecento chilometri, per un tempo di percorrenza di quattro-otto giorni di marcia; anche le spedizioni di caccia potevano richiedere spostamenti di giorni, così come i trasferimenti tra i campi d’inverno e quelli d’estate, se le condizioni climatiche lo richiedevano. Al termine della migrazione out of Africa, all’inizio dell’era agropastorale, quando la popolazione complessiva si era accresciuta di un migliaio di volte (era diventata 1-15 milioni), e gli esseri umani moderni si erano installati in tutte le regioni del mondo, la densità di popolazione sul territorio, pur vicina ai limiti di sostenibilità, era comunque molto bassa, compresa probabilmente tra 0,013 e 0,2 abitanti per chilometro quadrato; ad esempio, la densità degli aborigeni australiani all’inizio dell’occupazione inglese era circa 0,03 abitanti per chilometro quadrato.4

La migrazione, cioè il processo di gemmazione di nuove colonie dalle tribù esistenti, ripetuto per circa 50 000 anni, ha portato all’esistenza di un numero di tribù stimabile in cinquemila-diecimila (potrebbe essere significativo il fatto che oggi siano documentate nel mondo circa 7 000 lingue). Poiché la lunghezza del sentiero più diretto di migrazione dall’Africa orientale subsahariana al Cile meridionale, attraverso il ponte di terre emerse che univa la Siberia all’Alaska fino al termine dell’ultima era glaciale, è di circa 25 000 chilometri, considerando una distanza media tra le tribù di 150 chilometri, risulta che la copertura di tale distanza potrebbe avere teoricamente richiesto 150-200 tappe. Ipotizzando 200 tappe, ne risulterebbe che la vita media di una tappa, cioè la distanza in anni tra due gemmazioni successive di colonie sul sentiero diretto di migrazione è stata di circa 250 anni, cioè una dozzina di generazioni di vent’anni l’una.

Riassumendo, una banda o un clan di famiglie tra loro imparentate o comunque legate, costituiti da diverse decine di individui che parlano la stessa lingua e condividono la stessa cultura, si separa dalla tribù e si sposta in un territorio vergine conveniente. Le favorevoli condizioni ambientali favoriscono la crescita demografica di generazione in generazione fino a quando la popolazione si avvicina ai limiti di sostenibilità del territorio. Questo è il momento più probabile perché il processo si ripeta con la separazione di una nuova colonia alla ricerca di un territorio vergine conveniente.

Diversità genetica e culturale

Il ripetersi di episodi di separazione di un gruppo dalla tribù provoca il costituirsi di popolazioni la cui diversità genetica è minore rispetto a quella della popolazione originante, perché solo una parte delle varianti presenti nella popolazione originante è presente nel gruppo che si separa. Questo fenomeno di deriva genetica, l’effetto fondatore seriale, provoca una progressiva perdita di diversità nelle popolazioni che via via si costituiscono, e un progressivo aumento di diversità tra le popolazioni che via via si costituiscono. Con il passare delle generazioni, la diversità tra le popolazioni aumenta perché l’accumulo indipendente di mutazioni, non solo biologiche ma anche o soprattutto culturali, è spesso favorito dalla separazione sociale tra le popolazioni stesse e dai comportamenti tendenzialmente endogamici. All’interno delle singole popolazioni sono la crescita demografica e il passare stesso delle generazioni che tendono a far aumentare la diversità tra gli individui con la comparsa di nuove varianti genetiche, mentre i geni ancestrali condivisi con altre popolazioni tendono a essere presenti con frequenze diverse.

Questo il quadro sintetico dell’origine africana e della migrazione out of Africa degli esseri umani moderni. La ramificazione del processo di espansione si è tradotta in alberi filogenetici, costruiti a partire dalle distanze genetiche tra le popolazioni, che evidenziano raggruppamenti per grosse regioni geografiche, e i cui rami più lunghi sono quelli relativi alle popolazioni con i più alti livelli di deriva genetica, come le popolazioni dell'Oceania e i nativi Americani. Le distanze geografiche e le distanze genetiche tra coppie di popolazioni sono significativamente correlate secondo un modello di isolamento dovuto alla distanza.

L'espansione delle lingue e la correlazione tra diversità linguistica e genetica

Più complesso e non facilmente quantificabile e riassumibile in modo univoco il quadro dell’espansione delle lingue e delle correlazioni tra diversità linguistiche e genetiche a diverse scale. Eventi demografici legati alla storia delle popolazioni hanno certamente avuto effetti sulla diversità genetica e su quella linguistica, avendo quest’ultima a sua volta esercitato influenza sulla diversità genetica con la creazione di barriere linguistiche che hanno potuto rafforzare l’isolamento genetico tra gruppi che parlavano lingue diverse. La ricostruzione del passato evolutivo delle lingue e la loro classificazione in famiglie con metodi linguistici è sempre stata accompagnata da accese discussioni e controversie, e non sembra in grado di spingere la sua analisi oltre 7 000 anni fa.

Il dottor Quentin Atkinson, PhD, Senior Lecturer nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Auckland in Nuova Zelanda, ha adottato una diversa impostazione, scegliendo di studiare non la diversità come numero di lingue presenti in una determinata area, ma la diversità nelle varie lingue delle più elementari caratteristiche costitutive: i fonemi, le unità percettivamente distinte che, composte di consonanti, vocali, suoni e tonalità, sono gli elementi costitutivi del linguaggio e differenziano tra di loro le parole. Il dottor Atkinson, esperto nell’applicazione di metodi matematici alla linguistica, ha analizzato circa 500 lingue (il 7% delle circa 7 000 lingue oggi documentate nel mondo) utilizzando il World Atlas of Language Structures (WALS)5 e ha trovato che il numero di fonemi è il più alto in lingue parlate in Africa, e decresce man mano che aumenta la distanza dall’Africa.

Il maggior numero di fonemi si trova nelle lingue khoisan, parlate dai Boscimani e dagli Ottentotti in Africa meridionale, che presentano più di 100 fonemi, anche 141 secondo il catalogo UPSID, incluse consonanti “clic” (particolari schiocchi della lingua contro il palato o i denti), consonanti stridenti e faringalizzate, e tonalità. Il più piccolo numero di fonemi si trova in lingue parlate nelle Hawaii, in altre isole tropicali del Pacifico e nell’America meridionale (regioni che si trovano ai margini estremi, temporali e spaziali, della migrazione dall’Africa), e supera di poco una decina di fonemi. Ad esempio, l’italiano ha 30 fonemi, l’inglese circa 45 fonemi.

Tenendo sotto controllo le differenze nelle dimensioni delle popolazioni e altri fattori che potevano esercitare delle influenze, il dottor Atkinson ha modellato il quadro della diversità fonemica che sarebbe potuta conseguire a diversi potenziali punti di origine dell’espansione del linguaggio, e ha trovato che il modello più adatto a spiegare il quadro della diversità fonemica odierna poneva l’origine del linguaggio nell’Africa centro meridionale.

La scoperta si accorda bene con le altre evidenze che gli esseri umani moderni hanno avuto la loro origine in Africa, e con successivi eventi della preistoria umana. Fuori dall’Africa, si è trovata la maggiore diversità fonemica in lingue che si sono sviluppate nel sud est asiatico, in accordo con una maggiore diversità genetica. Questo fatto suggerisce che le popolazioni del sud est asiatico siano cresciute molto rapidamente dopo l’uscita dall’Africa dei loro antenati. Nelle Americhe invece la diversità fonemica è diminuita con la distanza delle popolazioni dallo stretto di Bering, confermando l’ipotesi che i primi americani siano venuti dall’Asia attraversando il ponte di terre emerse che univa la Siberia all’Alaska, e da lì si siano espansi fino alla punta dell’America meridionale.


[1] Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). Hunter-gatherer genomic diversity suggests a southern African origin for modern humans
PNAS March 7, 2011, doi: 10.1073/pnas.1017511108 Λ
[2] Cruciani F., Trombetta B., Massaia A., Destro-Bisol G., Sellitto D. e Scozzari R. A Revised Root for the Human Y Chromosomal Phylogenetic Tree: The Origin of Patrilineal Diversity in Africa. The American Journal of Human Genetics, 88: 814–818 (2011). Λ
[3] Sarah A. Tishkoff e altri The Genetic Structure and History of Africans and African Americans, Science, Author manuscript; availbale in PMC 2010 September 29 Λ
[4] Luigi Luca Cavalli Sforza, L’evoluzione della cultura, 2010, Codice Edizioni, Torino, Capitolo 12, L’espansione out of Africa, Capitolo 13, L’effetto fondatore seriale.Λ
[5] Il World Atlas of Language Structures (WALS) è un grande data base di proprietà strutturali delle lingue raccolte da materiali descrittivi da parte di un team di 55 autori, molti dei quali eminenti autorità della materia. WALS Online è pubblicato dal Max Plank Institute for Evolutionary Anthropology e dalla Max Plank Digital Library a cura di Matthew S. Dryer e Martin Haspelmath.Λ


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